Per poter ben comprendere quanto vi andrò a narrare a
proposito del "prato proibito", occorre prima
fare una premessa sul luogo ove è sorto il Santuario
di San Magno:
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Dovete
sapere che durante sterro per la costruzione del muro
nelle vicinanze del Pilone furono trovate alcune monete
(romane?).
Il rinvenimento più importante fu però
quello del sepolcreto, con una dozzina di tombe.
Devo ora far rilevare una notevole discordanza fra quanto
asserito dai due parroci storici castelmagnesi: il Don
Riberi ed il Don Ristorto, che si occuparono
di quelle vicende.
Scrive il Riberi nel Suo libro "San Magno martire",
pag. 9, anno 1932:
"...Facendosi lo sterro
per costruire la doppia via che serve alle processioni,
circa l'anno 1904,
fu rinvenuto un sepolcreto
..." ecc...
Don Ristorto, nel libro "Valle Grana nei secoli",
pag. 12 anno 1977, scrive:
"...I reperti più
considerevoli furono trovati nel 1912 quando il priore
Don Mascarello fece compiere lavori di sterro in un
prato attiguo al Santuario di San Magno e si scopri
un sepolcreto ..., ed un vasetto di monete risalenti
agli imperatori Valeriano e Massimiliano, cioè
agli anni 253 - 305 d.c.".
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E' evidente la discordanza sia nelle date che nei luoghi
dello scavo. Ho interrogato tutti i più anziani
di Chiappi riguardo ai loro ricordi (cioè da quanto
a loro raccontato) e tutti hanno separato il luogo dei
due rinvenimenti.
Per sapere la verità, ne sono certo, sarebbe sufficiente
consultare l'archivio parrocchiale (sempre che ancora
esista!) per conoscere ogni cosa con precisione.
Don Mascarello era troppo diligente, troppo preciso per
non aver annotato ogni cosa:
oltretutto in quei tempi il Santuario di San Magno era
uno dei più importanti del circondario di Cuneo
perchè non vi fossero registrati tutti gli avvenimenti
che lo riguardavano.
Tornando al nostro "prato proibito",
esso ha alle spalle una Storia molto movimentata.
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Innanzi
tutto il sito:
Era questo situato fra i due "truc"
del lato del Santuario che danno verso Chiappi; era
un bel pianoro abbastanza vasto, dove ora vi è
l'inizio del parcheggio.
I fatti:
era consuetudine (chissà, forse da millenni!)
la sera precedente la festa di San Magno (il 18 agosto)
fare un po' di festa e concluderla con un ballo la sera
del 19.
Le parole esatte sono: "Lou
bal ero la couo d'la festo. I anavo la bando (couro
i ero) o i sounadour e la se fadìo quatre saout"
(Il ballo era la coda -il finale- della festa. Ci voleva
la banda, quando c'era, o i suonatori e si facevano
quattro salti).
Oggi, quella del ballo sarebbe considerata un'amenità,
ma allora...
Si riferiva forse a questo quando Don B. Galaverna
parroco di S. Ambrogio di Colletto, già nel 1894
scriveva:
"
che la festa
del Santo è talvolta sgraziatamente circondata
di molta profanità!"
A buon conto, se i contrasti fossero mai già
iniziati nel 1894 e non ancora terminati nel 1919, come
vedremo, pensate per quanto tempo fu turbata la festa
di S. Magno!
Il parroco proibì il ballo su quel pianoro?
Gran parte della popolazione ne ignorò il divieto!
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Provò,
il parroco, a coltivare patate con solchi ben profondi
fra una fila e l'altra.
Alla sera del 18 (vigilia della festa di San Magno)
i ballerini si recarono sul posto
Che fare?
Le patate erano in fiore, quindi non ancora mature:
fu questa considerazione a vincere ogni titubanza.
Non sono mature? Quindi poco danno.
Per i balli di allora non occorreva certo un pavimento
a palchetto! (Non so se si recuperò qualcosa
del raccolto).
Il raccolto andò certamente tutto perduto, quando
il campo fu coltivato a segale. Di solito la mietitura,
giorno più, giorno meno, veniva fatta verso la
metà di agosto: ma il "luogo proibito"
era incassato fra due montagnole, ''lou
post a l'ero oumbren"
(il posto era ombroso), non prendeva sole che da mezzogiorno.
La segale era ancora tutta da falciare.
I dançaires giunsero al limite del campo,
perplessità estrema. Che fare?
Qualcuno, rivolgendosi a mio nonno, il papà di
mia madre, disse: "
Jan, que faden?" (Giovanni, che
facciamo?)
E Jan raccolte tre o quattro spighe le sgranò,
ne mangiò una parte, osservò i chicchi
già ben formati e sentenziò:
" La sei i és
belo meouro; al sabìo (lou preire) che isì
la se balavo, a l'avìo mac da taialo!"
(La segale è belle che matura, il prete lo sapeva
che qui si ballava, aveva solo da falciarla!")
ed i danzatori si lanciarono nella segate alta
quanto un uomo fino a che tutto fu spianato come da
un rullo!
Tutti questi fatti mi sono stati raccontati dai miei
zii, i "Bigioi" con un unico
commento: "Alouro la
se fadìo parei!"
cioè "Ai tempi così si usava!".
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Decisione
finale: asportare il campo!
Fu il 1912?, chissà, nessuno degli intervistati
lo sa di preciso. La terra fu raccolta in grandi mucchi
e man mano, a tempo disponibile, trasportata in località
diverse secondo la necessità!
Una parte servì per fare un primitivo piazzale
davanti al Santuario, il resto trasportato in vari campi
proprietà del Santuario; una parte sparsa giù
dal pendio che guarda verso Chiappi.
Non si erano ancora costruiti i due muretti di contenimento
(ancora oggi ben visibili) perchè il lavoro si
era fatto d'inverno.
In primavera diluviò: la terra non ben sistemata
e non ancora assestata franò nel ruscello degli
"Escaroun".
La gente commentò: "Lou
preire à fach na bruto coso e auro lou diaou
i porto vio la tero!"
(il prete ha fatto una brutta azione ed ora il diavolo
gli porta via la terra!).
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Ebbene,
come da proverbio, non tutto il male viene per nuocere.
Nei lavori di sterro, fu trovato quel vaso di terracotta
contenente parecchie monete, più un ferro da
cavallo ed un morso che per la sua forma strana (a semicerchio)
dette luogo a discussioni varie.
Che significato dare a quel vaso di monete? Era stato
nascosto da qualcuno che non ebbe più la possibilità
di recuperarlo? Era forse un'offerta al Dio Marte? Faceva
parte di un corredo funerario? E se in quel luogo fosse
stato sepolto un gran capo con il suo cavallo e una
generosissima offerta per Caronte perchè non
esitasse a traghettare nell'aldilà cavallo e
cavaliere?
Non si ha notizia di ritrovamento di ossa e la cosa
può spiegarsi anche per il particolare tipo di
terra, la terra dei "Tourel", molto
magra e sabbiosa che demolirebbe la carcassa di un elefante
in pochi anni!
E' da notare che, pur con la terra ammucchiata, il
ballo continuò lo stesso. Meraviglia tanta perspicacia
da parte dei Castelmagnesi e l'altrettanta dura opposizione
da parte del parroco.
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Si giunse
ad una denuncia in tribunale, ad una causa civile, ad
aggressioni fisiche, insomma fu rovinata la convivenza
nel paese.
Di questo posso citare una testimonianza precisa. La
fornisce "Barbo Feriot", ormai
tornato dalla guerra, con una lettera a mio padre in
Albania:
"Castelmagno, Chiappi
31-8-1919, ...La festa di San Magno passò abbastanza
tranquilla se si eccettua un venti minuti di ballo nel
"luogo proibito" nonostante che il Municipio
avesse deliberato per iscritto di impedirlo ... "
Quindi nel 1919 la "guerra per il ballo"
continuava ancora!
Mi domando: il ballare dei Castelmagnesi in quel
posto (con tutti i pianori che c'erano li attorno!)
era forse il ripetersi di un rito, di un festa, che
aveva avuto origine chissà quando, il ricordo
inconscio di una liberazione da qualcosa o da qualcuno,
qualcosa di cui si era perso il significato originario?
E i parroci avevano forse intuito che quel pianoro era
un'area di sepoltura? (allora Don Ristorto sarebbe nel
vero...).
Se così fosse, i Castelmagnesi ballavano ...
sulla pancia dei loro antenati!
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Foto
di Paola Agosti
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