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La lenga occitana - La lenga ousitana


 La lingua occitana

"Paratge, bel parlar, fin amor e cortesia..."






A Castelmagno, fin dalla notte dei tempi, è naturale parlarsi in occitano
...ma cos'è e da dove salta fuori questa lingua?


Col termine "Occitano" come coi termini "Francese", "Italiano", "Spagnolo", noi esprimiamo un concetto astratto, e questo non
perché l'Occitano, in quanto lingua, non esista, né perché riteniamo il termine "occitano" solo un'etichetta sotto cui raggruppare una congerie di dialetti piú o meno simili l'uno all'altro,
ma perché, quando si parla di lingua unitaria, si fa astrazione da ciò che è particolare, dalle minime differenze d'ogni varietà dialettale, e si tratta un quid preso ad esempio secondo dati criteri come paradigmatico, generale e normale.


Quindi, quando parliamo di Occitano, è sciocco e pretestuoso dire che parliamo di una lingua che non esiste, pensando solo alle millanta varietà dialettali presenti tra Alpi, mar Mediterraneo, Pirenei, Atlantico, Lande e Massiccio Centrale...
E altrettanto inesatto è parlare dei dialetti occitani come anche dei dialetti di altre lingue romanze come di un insieme di dialetti del Latino. I dialetti dell'Occitano sono dialetti dell'Occitano, come il Latino, ad un certo punto, nel cammino di differenziazione linguistica dall'indeuropeo, è divenuto una lingua indeuropea ben distinta dalle altre, e, quindi,
non piú classificabile come un semplice dialetto dell'Indeuropeo.

Distribuito su un vasto territorio e suddiviso in alcune varianti dialettali, Guascóne, Linguadòcico (e, per alcuni, Guiennese), Provenzale, Limosino, Alverniese, Alpino, suddivise in sottovarianti, a loro volta, suddivise in subsottovarianti a livello di linguaggio naturale, è cosa comune a tutte le lingue, Francese e Italiano compresi, l'Occitano è la lingua negata d'una nazione negata: quella che abita il "Mezzogiorno francese" praticamente tutto il territorio che si estende a sud della Loira, una dozzina di vallate alpine dell'Italia nord occidentale e
una vallata pireanaica in mano alla Spagna.
L'Occitano è stato la lingua in questo caso piuttosto ben normata, pur se non strettamente unitaria della civiltà dei trovatori, durante i secoli XI e XIII.


In questo periodo, pur presentando già diversi dialetti come ogni altro linguaggio, era lingua di cultura, usata per scrivere attraverso una grafia sua propria, non di derivazione francese testi letterari, religiosi, scientifici, giuridici, amministrativi... Era la lingua di una nazione che stava nascendo, e che, per cause ben piú legate alle brame di conquista della corona franca che alla religione, con la famigerata crociata contro gli Albigesi, fu devastata e sottomessa dalla Francia. Cominciò, cosí, un lento declino.

Un processo di colonizzazione portato avanti con fine astuzia fece sí che, a poco a poco, gli Occitani si vergognassero di parlare l'Occitano (l'afrós patés), negando essi stessi che il loro parlare fosse una lingua e non uno stravolgimento contadinesco del Francese, o, comunque, che l'Occitano moderno fosse in un qualche stretto rapporto con la lingua dei trovatori...
I colonizzati furono convinti a negare che l'Occitania avesse diritto di essere anche solo menzionata, e furono portati a credersi Francesi e, sotto l'Italia: Italiani parlanti dei "patois" incomprensibili, atti solo a esprimere concetti semplici e primitivi: parlate volgari da selvaggi incolti…

Occitano o Provenzale?

Per amore di scienza sarebbe opportuno utilizzare il termine "provenzale" solo per indicare il dialetto occitano parlato nella Provenza. In Italia e nei Paesi di lingua tedesca, però, già in epoca medievale, prevalse l'uso di indicare tutta la lingua d'oc col nome di "Provenzale".
In Catalogna si usa dire "lingua limosina"... Onde evitare confusioni, converrebbe utilizzare il termine "occitano" già in uso durante il Medioevo in diversi documenti, checché credano i malinformati per indicare la lingua d'oc in generale, utilizzando termini quali "Provenzale" e "Limosino" per indicare le specifiche varietà dialettali parlate in "Provenza" e nel "Limosino".

Occitano sarà, dunque, la lingua d'oc in genere, il linguaggio di referenza, la coiné panoccitana; Provenzale il dialetto della sola Provenza (e non delle nostre vallate, le quali condividono le isoglosse del nord occitano, quando non addirittura come nelle valli Valdesi del nord e nella Val d'Olç quelle dei dialetti settentrionali del nord occitano);
Limosino quello del Limosino; Guascóne quello della Guascogna; Alverniese quello dell'Alvernia; Linguadòcico quello del Linguadòca; Alpino l'insieme di dialetti, sovente, poco propriamente, detti "provenzali alpini" (essi, ripetiamo, hanno molti piú caratteri in comune con altri dialetti nord occitani che con il Provenzale stricto sensu), parlati nel nord est dell'Occitania, al di qua e al di là delle Alpi.


Che cos'è l'Occitano referenziale?


Una lingua di referenza è una lingua che permette a tutti quelli che parlano linguaggi simili tra loro di capirsi, su ogni argomento, senza la minima difficoltà e la minima imprecisione. Con Occitano referenziale, si intende quella lingua sovraddialettale, basata sul dialetto linguadòcico il dialetto centrale piú conservativo e meno aberrante dalla lingua latina di partenza, e, in quanto tale, meno difficile anche per gli stranieri arricchito di elementi provenienti da altri dialetti e privato di quegli elementi che lo renderebbero ostico ai parlanti altre varietà, che si sta imponendo in tutta Occitania al fine di facilitare la comunicazione in Occitano tra Occitani.
Alcuni "linguisti", sempre in minor numero, sono però contrari a che si parli anche solo d'una lingua di referenza per l'Occitania (sono anche contrari al termine Occitania).
Essere contrari a una normalizzazione linguistica, ritenendola forzata, fatta a tavolino, non genuina, e non rispettosa della ricchezza dialettale del territorio (oltretutto non vi è volontà, proponendo una lingua referenziale, di uccidere le altre forme d'espressione linguistica!), significa avere una visione meramente folclorica del problema linguistico occitano
.

Il risultato di tale politica è che, tra Occitani, per comunicare si utilizzano altre lingue (ben normate e unificate, quelle!), come il Francese o l'Italiano, e si rèlega l'Occitano al ruolo di linguaggio da festa campestre d'antan. Cosicché, per capirsi perfettamente da un capo all'altro dell'Occitania, per evitare qui pro quo e incomprensioni, dovute, oltre che a pronunce particolari (che, come in ogni lingua, variano, e non poco, su tutto il territorio), a una terminologia ricchissima ma non univoca, differente "talvolta troppo" da un paesello all'altro, si utilizzano il Francese o l'Italiano.
Si utilizzano altre favelle anche quando si intende trattare di qualsiasi materia che non riguardi la vita bucolica e familiare... Insomma, si utilizzano altre lingue, quando il mito del "se capien prou" (senza bisogno di una lingua di referenza, parlando ognuno come sa, ha sempre saputo, gradisce...) non è piú sufficiente a metterci realmente in condizione di capirci.
È a causa dei noti eventi storici di colonizzazione, certo politica, ma, soprattutto, linguistica e culturale che la lingua d'oc, di cui già esisteva una coiné chiara e comprensibile a tutti gli occitanofoni, ha perso la capacità di esprimere altro al di fuori del canto intimista.

Non meraviglia, perciò, che, da diversi secoli, massima espressione letteraria sia la poesia, se non d'argomento, quantomeno di registro basso... Esistono diversi registri linguistici, e l'Occitano li contemplava tutti.
La perdita di un'aristocrazia indipendente e di una borghesia attiva hanno fatto sí che, al contempo, si perdessero i registri "alti", quali quello amministrativo e quello scientifico, e che all'Occitano, parlato solo piú dal popolo, non restasse che il registro famigliare e popolare.
Il tentativo di fornire una base linguistica comune che ovvíi a tutti gli inconvenienti di cui sopra, si muove nell'ottica di promuovere l'utilizzazione dell'Occitano al di là dei momenti di parata, facilitandone lo studio anche agli stranieri desiderosi di apprenderlo.
È il tentativo di dare la possibilità a tutti di esprimersi su qualsiasi argomento parlando correntemente in una lingua chiara, che non dia adito alla domanda se non ci si accorga di non riuscire a capirsi tra Occitani, e al seguente suggerimento di usare lingue straniere come se fossero le proprie! Tali discorsi sono cari a coloro che vogliono negare status di "Lingua" all'Occitano, gradendo che si mantenga estremamente frammentario e inadatto ad esprimere compiutamente i piú diversi aspetti della realtà.


Poiché si parte sempre col negare una cultura, una lingua, per poter negare un popolo, coloro che auspicano l'utilizzo "genuino" delle "parlate etniche" sperano che i parlanti Occitano, dovendo, per esprimersi con maggior facilità, ricorerre sempre piú spesso al Francese o all'Italiano, a poco a poco, abbandonino completamente la propria lingua.
Non gli studiosi che si adoperano per uniformare l'Occitano dovrebbero essere tacciati di operare per la morte della lingua d'oc o per il suo impoverimento, ma coloro che, con la benedizione dei piú retrivi e assolutisti ideologi della globalizzazione forzata di cui fanno il gioco, spero, inconsciamente, condannano tutte le parlate occitane, trattate come se fossero un'arruffata congerie di linguaggi privi d'ogni altra potenzialità, a ruoli ristretti e destinati a soccombere con la parte di quel mondo da rappresentazione teatrale che sono costretti a simboleggiare piú o meno stancamente.

Perché l'Occitano alpino orientale di referenza?

Per due motivi molto semplici.
Per prima cosa, perché continuando soltanto a cantare, ballare e a narrare storielle di "masches" non si farà mai nulla di culturalmente valido per affrontare la rinascita d'una lingua utile ad un uso quotidiano nelle nostre vallate. Occorre, infatti, che vi sia una base linguistica comune, sovraddialettale, chiara, univoca e duttile per esprimere la realtà attuale; occorre una lingua che possa essere concorrenziale con le lingue straniere imposte. Occorre fare ciò che è stato fatto tra mille polemiche già da anni in Catalogna.
Secondariamente, perché è idiota ricorrere a linguaggi di referenza dell'Occitania transalpina, quando, oltretutto, gli occitanofoni cisalpini possiedono un linguaggio che nulla ha da invidiare (anzi!) ai dialetti d'oltralpe.



          Frederic Mistral


Le grafie della lingua d'oc


Ogni grafia è un codice costruito "a tavolino" per rendere i suoni di quella cosa eminentemente orale che è il linguaggio. Ogni grafia, in quanto codice, per potere essere utilizzata deve essere studiata.
Non esistono grafie occitane del tutto impossibili o troppo complicate , o grafie facili e immediate.
Se certe grafie paiono esser tali, è perché esse sono differenti o molto simili, secondo i casi, alle grafie imposte con lo studio delle lingue imposte (per gli Occitani: Francese, o, Italiano, o, Spagnolo), e alle quali, comunque, ci si abitua in special modo, per quanto concerne lo studio del Francese, dopo immonde fatiche, durante gli anni passati sui banchi di scuola.


Se, al tempo dei trovatori, l'indipendenza economica e, soprattutto, culturale dalla Francia aveva fatto sí che l'Occitano lingua, come il Francese, neolatina, ma dal Latino evolutasi in modo indipendente, avesse indipendentemente dal Francese, una propria grafia atta a rappresentare i propri suoni, con la conquista dei territori di lingua d'oc, la graduale imposizione dell'uso di altre lingue ufficiali (il Francese nei territori tenuti dalla Francia, l'Italiano in quelli in mano all'Italia, lo Spagnolo in Val d'Aran), e la conseguente perdita dell'uso di un Occitano scritto, si utilizzarono grafie di varia derivazione, in maggiore o minor misura adattate ai dialetti che dovevano rappresentare.

Il discepolo del linguista catalano Pompeu Fabra, Loís Alibert, dopo i tentativi di varî scrittori, quali Prospèr Estiu e Antonin Perbòsc, tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, riportò in auge l'utilizzo della grafia trobadorica opportunamente normata (le grafie medievali, sovente, sono un po' incoerenti).

Essa è conosciuta come "Grafia normalizada", "Grafia de l'I.E.O." o "Grafia Classica", è forse l'unica grafia che permette alla lingua occitana e ai suoi dialetti principali di presentarsi a un pubblico, anche non occitanofono, in veste di lingua comprensibile, chiara e viva di vita indipendente. Essa è rifiutata con animoso astio, dalla maggior parte dei gruppi felibristi della sola Provenza.

Alcune associazioni occitaniste preferiscono l'uso della grafìa
"Concordata o dell'Escolo dóu Po" nata agli inizi del 1971 a Crissolo in Valle Po, dove una commissione di linguisti e occitanofoni, tra i quali Gustavo Buratti, Antonio Bodrero (Barbo Toni) Sergio Arneodo, Corrado Grassi, Sergio Ottonelli, Renato Maurino si riunì con l'obiettivo di elaborare una grafia per la trascrizione dell'occitano cisalpino che meglio si adattasse alle realtà linguistiche valligiane, tenendo presente i due modelli di grafia dell'Occitania d'Oltralpe: la Normalizada dell'Istituto di Studi Occitani di Tolosa (Istitut Estudi Occitan, I.E.O.), di tipo etimologico, e la Mistraliana, usata da Mistral e dai Felibre, parzialmente più fonetica.
Il risultato del lavoro venne presentato nel 1973.

Al di là di qualsiasi ideologia politica, dovrebbe essere chiaro che una grafia che affonda le proprie radici in un glorioso passato, una grafia utile a perseguire un cammino di rinascita unitario (seppur non globalizzante), una grafia propria alla lingua che rappresenta, facile e non frammentante, univoca... è il requisito indispensabile perché la "respelida" occitana non sia un eterno sogno per pochi cultori.

Normalizzazioni grafiche

Come, per mezzo di esercitazioni pratiche, ho avuto modo di esemplificare durante alcuni corsi, pur se non ogni testo può essere trascritto in grafia normalizzata, molti non presentano alcuna grave difficoltà nel "subire la trasformazione". Va da sé che la normalizzazione d'un testo deve riguardare la sola grafia. Sono normalizzazioni assurde e filologicamente scorrette gli adattamenti alla lingua moderna di forme tipiche della lingua antica, quali la creazione d'un genere femminile per gli aggettivi ad una sola uscita, o il passaggio della coniugazione forte a quella debole...

Queste operazioni, fatte per rendere chiaro un testo medievale ai moderni, rischiano di squalificare l'operazione.
Sul fatto poi che, normalizzando la grafia di alcuni testi antichi e/o moderni redatti in coiné o dialettali ma non sottodialettali!, si stravolga il testo, assicuro trattarsi di un pericolo irreale. Naturalmente le normalizzazioni grafiche devono essere fatte da linguisti seri e preparati e non da semplici linguaioli. Durante i corsi, ho fornito qualche esempio di normalizzazione di testi antichi e moderni, spiegando tutti gli accorgimenti, le eccezioni
(è folle rendere un etnotesto in una grafia non fonetica, o, almeno, fonematica!), e i punti critici dell'operazione.

L'Occitano Alpino può essere suddiviso in: Alpino orientale e occidentale.
Con Occitano alpino orientale si indicano le parlate delle nostre vallate, per distinguerle da quelle del versante francese immediatamente presso la frontiera, che chiameremo col nome di Occitano alpino occidentale.


Luca Quaglia
Centre Ousitan de Coultura "Detto Dalmastro" Chastelmanh



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